La guida Antonio Boggiatto, detto Lou Gloria

di Giorgio Inaudi

Accanto ai Castagneri e ai Bricco, anche i Boggiatto ebbero la loro dinastia di guide alpine.

Sono uno dei più antichi lignaggi di Balme ma non sono mai stati numerosi e per questo spesso non hanno avuto bisogno di soprannome. Erano semplicemente Bougiàt.

Fa eccezione il più famoso, Antonio (1844-1911), da tutti conosciuto come Lou Gloria.

Come spesso accade, non abbiamo notizia sull’origine di questo nome, possiamo soltanto immaginare che, essendo della leva del 1844, abbia partecipato – con onore – alla seconda guerra di indipendenza, come molti piemontesi della sua generazione. Con un po’ di fantasia, possiamo anche pensare che forse era lui quel vecchio montanaro descritto, da Maria Savj Lopez nel volume “Piemonte”, pubblicato nel 1913:

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Attraversare un confine d’altitudine: la viabilità tra le Valli di Lanzo e la Savoia in età moderna

di Eugenio Garoglio Università del Piemonte Orientale

Il campo d’indagine

Lo studio della viabilità secondaria d’alta quota non ha mai conosciuto una grande fortuna nel panorama storiografico alpino. Le ragioni di questo mancato connubio sono diverse e comprendono sia difficoltà oggettive sia problemi di prospettiva. Senza pretendere di esaurire in modo esaustivo un tema così ampio e ramificato nello spazio di poche note sarà tuttavia possibile condensarne le problematiche in tre punti fondamentali:

I) difficoltà nel reperire le fonti nel panorama documentario;

II) difficoltà di lettura del terreno per ragioni fisico-ambientali;

III) prevalenza di una bibliografia di stampo alpinistico responsabile di una raccolta per lo più aneddotica dei riferimenti storici seguendo il modello che Grendi definì «collezionistico-classificatorio» (Grendi 1996), e che ha guardato con diffidenza la possibilità di una frequentazione delle alte quote da parte delle popolazioni locali in epoca “pre alpinistica” (Engel 1965, pp. 9-12) in una visione spesso paternalistica che propone e ripropone una netta contrapposizione tra città e montagna (Zanzi, 1996, p. 41-45).

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Psicologia dell’Alta Montagna: Balme e le sue “Vette”

di Nicolò Starnai – Psicologo dello Sport e Outdoor Psychology

Arrivando dalla città e procedendo verso le Valli, si iniziano a intravedere le cime maestose che definiscono in modo così caratteristico il nostro amato Villaggio. Queste, quasi come se stessero giocando con i loro avventori, si celano dietro alle Prealpi e si palesano al variare della direzione della strada, attivando sempre più un particolare moto intimo, proveniente dalle profondità dell’Essere: il sentimento del Sublime raccontato dagli autori romantici, condizione che suscita insieme rispetto, riverenza, curiosità e ammirazione. Uja di Mondrone e Uja di Bessanese, solo per fare due esempi, smuovono quel desiderio che, fin dagli albori, ha accompagnato l’essere umano verso gli ambienti montani: la spinta verso la sacralità e la potenza delle cime e delle vette.

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La pluriclasse di Balme e la vipera nell’armadio

di Franca Antonietti

È il 24 novembre 1978 quando per la prima volta arrivo a Balme.

Ho 23 anni, solo quattro anni di esperienza come insegnante.

Ho superato il Concorso di Stato e mi è stata assegnata questa sede in qualità di incaricata a tempo indeterminato.

Non so neppure dove sia situata la scuola ma fortunatamente vedo una bambina biondissima col grembiulino nero che spunta da sotto la giacca a vento. Parcheggio e la seguo. Nessun altro per strada.

Risalendo un sentierino varco un cancello arrugginito. Pochi gradini ed entro in quella che mi appare sempre più come un’abitazione privata con un prato su due lati, coperto da una trentina di centimetri di neve ghiacciata.

Ecco l’aula. Alcuni bambini silenziosi mi osservano incuriositi. I loro banchi sono disposti a semicerchio attorno a una stufa a legna.

Mi presento, si presentano. Non lo sappiamo ancora ma staremo insieme per due anni.

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Le guide alpine delle Valli di Lanzo al raduno di Roma del 1929

Nella prima metà del secolo scorso, il mestiere di guida alpina non è più solo quello leggendario e spesso improvvisato che aveva contraddistinto gli inizi dell’alpinismo a fine Ottocento, ma si è strutturato come una vera e propria professione.  Ad esercitarla  sono le guide formalmente riconosciute, anche se non di rado, in modo non ufficiale, altri montanari, conoscendo le insidie e i pericoli della montagna, intervengono al bisogno in veste di portatori o più esplicitamente come accompagnatori.

Nel decennio che segue la fine della Grande guerra, le figure che vi si dedicano sono ancora numerose.

Il regime fascista del resto, enfatizzando lo sforzo fisico e con esso le discipline sportive, non esita ad inquadrare quanti vi si indirizzano, promuovendo celebrazioni e quando possibile competizioni. Di questo clima favorevole si giovano i villaggi alpestri, che anche in inverno, riescono spesso a richiamare torme di appassionati specialmente per le sfide sciistiche. Continua a leggere

Una indimenticabile gita alla Punta Rossa di Sea

di Carlo Capocasa

Mia moglie Fulvia cominciò a frequentare la montagna con molti borbottii poco dopo il nostro matrimonio del 1968.  In principio non accettava gli scarponi di cuoio perché erano per i suoi piccoli piedi troppo pesanti.  Pellegrinando nei vari negozi di articoli sportivi finalmente trovai delle pedule sufficientemente robuste con suola in vibram che garantivano di camminare con sicurezza su sentieri esposti o con neve gelata. Conoscemmo un nuovo gruppo di amici anche loro appassionati dei monti.  Iniziò per mia moglie una nuova realtà, non più spiagge assolate del mare o musiche ballabili, ma dure sveglie mattutine domenicali per i soliti quattro passi in salita. In poco tempo divenne una buona escursionista, l’unica cosa deplorevole era che portava un piccolo zaino obbligandomi a portare carichi da sherpa.  D’inverno si andava a sciare, molto brava in pista ma paurosa in neve fresca, così abbandonai le vergini nevi per sciare anch’io sulle piste della Via Lattea, arrotolando per l’ultima volta le pelli di foca divenendo uno sciatore pistaiolo della domenica.

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Dialogo davanti al fuoco

di Simone Massa

La giornata ormai volge al termine, e le poche nubi che colorano il cielo azzurro appaiono rosse, come tinte del sangue, illuminate dall’ultimo sole di giugno. I lavori della stalla sono ormai conclusi e ci si appresta a rifocillarsi dopo le fatiche del lavoro. Le sagome delle montagne sono nitide, ben delineate e affusolate dal vento che spira da nord, rinfrescando e rendendo frizzante l’aria di montagna. Dal comignolo già si leva un denso fumo prodotto dalla combustione della legna di larice, e il profumo della resina inonda l’intero vallone.

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Il cielo di Balme tra primavera e estate

di Fabio Nottebella

Cosa c’è di meglio, in una fresca serata di tarda primavera o inizio estate, dopo magari una buona cena a base di prodotti tipici locali, del fermarsi a Balme e alzare gli occhi al cielo per scoprire lo spettacolo che ha da offrici? Sotto questo punto di vista, infatti, questo periodo sembra essere proprio il più adatto per osservare il cielo complici le temperature più miti che consentono, sebbene comunque ben coperti, di trascorrere un po’ più tempo all’aria aperta anche in orario serale.

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Uja di Ciamarella 1922

Cento anni. Dalla vittoria alla tragedia.

di Marco Blatto

L’Uja di Ciamarella con i suoi 3676 metri di quota, è la vetta più alta delle “Alpi di Lanzo”, o se vogliamo delle Alpi Graie meridionali italiane. È la “regina” delle Valli di Lanzo. L’oronimo deriva con tutta probabilità dal nome dell’alpeggio posto nel bel pianoro a sud-est della montagna, un nome composto dalla parola cià (tcha nella grafia BREL francoprovenzale che diventa tsa in Valle d’Aosta), che indica quasi sempre un luogo o una costruzione legato alla vitta pastorizia, e da Marella o Maréla. Quest’ultima è patronimica e fa riferimento alla proprietà del fondo.

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Felix

di Giorgio Inaudi

Era il dieci luglio del 2004, un sabato sera per la precisione, ed ero nella mia casa ai Cornetti di Balme quando ricevetti una chiamata telefonica. Era Felix Personnaz che mi telefonava da Bessans, il paese della Savoia che sta proprio dietro quella montagna (chiamata appunto la Bessanese…) dove culmina quella muraglia di rocce e di ghiaccio che unisce (badate bene NON “separa”…) il Piemonte e la Savoia.

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